1.

     Mancavano pochi minuti alle dieci di sera e le graziose vie di Windsor erano pressoché deserte, fatta eccezione per un paio di cani sfuggiti alle catene, riconoscibili però dalla targhetta appesa ai collari, e per i tre senzatetto in piedi in un angolo, dietro il negozio del fornaio, intenti a scaldarsi le mani vicino al fuoco che scoppiettava in un vecchio barile di latta.
Gli unici rumori udibili erano il cinguettio sporadico di un uccello notturno, forse un usignolo, la voce di un anchorman che urlava le sue notizie dal televisore tenuto a volume troppo alto nella cucina dell’anziana Beth e i passi veloci del ragazzo che stava tornando verso casa con aria truce. Lontani, ronzavano i motori delle auto sulle strade principali, a un centinaio di metri in linea d’aria, ad almeno un chilometro se si seguivano tutte le insensate curve del sobborgo.
Il giovane, dai lineamenti alteri e nordici che sarebbero potuti appartenere a un aristocratico, alzò il viso abbronzato verso il campanile che svettava alla sua destra, ai piedi della collina sulla quale troneggiava l’antico castello dei reali, e si fermò con uno scatto, trattenendo un’imprecazione: era il terzo giorno di fila che quel dannato schiavista di Caleb Sheridan, orgoglioso e borioso capo di una squadra di cinque carpentieri, lo costringeva a rimanere in cantiere fin dopo l’ora di cena e del tramonto! Diceva che era giovane, che lui, a venticinque anni, aveva sollevato con un braccio solo sacchi di cemento da duecento chili, che aveva spinto carriole così colme di materiale da avere la gomma totalmente a terra. Se ne approfittava, il vecchio porco, perché l’aveva aiutato dopo che sua madre era morta di cancro al colon, quattro anni prima, e lo ammazzava di lavoro nella speranza di sfiancarlo al punto che non avrebbe avuto la forza di ribellarsi quando gli sarebbe saltato addosso.
Caleb il Porco aveva una moglie casalinga e due figlioletti alle scuole elementari, girava per il cantiere con i pollici infilati nelle bretelle inutili e si vantava di avere amanti per tutta Windsor e dintorni; in realtà provava a farsi Paul da quando era andato a lavorare con lui. Era riuscito a mettergli le mani addosso una sola volta, cogliendolo alla sprovvista, ma era dovuto rimanere a letto per una settimana, impossibilitato a confessare alla consorte da cosa fossero causati i dolori inguinali tanto forti da impedirgli persino di restare in piedi. Non aveva più provato a mettere un dito sul figlio orfano della sua defunta sorella, ma si era vendicato.
Essendo rimasto a vivere nella casa della madre, Paul doveva lavorare per mantenere se stesso e la dispendiosa abitazione. Aveva un diploma in gestione aziendale, ma non avendo esperienza non riusciva a trovare un posto decente, lì a Windsor, così si era adattato e aveva trovato un lavoro come barista in un grazioso locale accanto a un complesso contenente una trentina di uffici. Ascoltava di nascosto i discorsi dei colletti bianchi nella speranza di trovare l’occasione giusta per farsi assumere, magari approfittando di una maternità. L’impiego mattutino però non bastava per arrivare a fine mese, così si era fatto assumere come lavoratore part-time in una ditta che si occupava dei giardini pubblici di Windsor, ma aveva dovuto smettere presto: Caleb si era fatto avanti con un presunto contratto stipulato fra lui e la madre di Paul, dove la donna s’impegnava a restituire al fratello un debito di centomila sterline che lui le aveva prestato. Le obiezioni del ragazzo, allora ventiduenne, non erano servite a nulla: non importava se lui non aveva mai sentito parlare di quel debito, se quei soldi sua madre non li aveva mai usati e se la firma su quel pezzo di carta era chiaramente falsa, lui era l’unico figlio ed erede di Veronica Sheridan e, come tale, doveva onorare le sue obbligazioni. Paul ovviamente non aveva quella cifra e Caleb gli aveva caritatevolmente offerto un posto di lavoro nella sua ditta, trattenendo mensilmente una rata della somma che gli doveva essere restituita. Non gli aveva lasciato scelta e il nipote aveva accettato quella condizione e ancora la sopportava, dopo tre anni. Aveva pensato spesso di sparire, di non lasciare traccia e cambiare vita, ma in quel modo avrebbe vinto Caleb, prendendosi la sua casa come saldo di quello che ancora gli doveva, ovviamente maggiorato degli interessi. Non gliel’avrebbe mai ceduta.
I dieci rintocchi del campanile lo riportarono con i piedi per terra e Paul si appoggiò una mano sullo stomaco brontolante, prendendo una decisione: stava morendo di fame, era stanco, puzzava e aveva solo voglia di buttarsi su un letto ed entrare in coma fino alla mattina dopo, quindi non aveva nessuna intenzione di seguire la strada normale. Avrebbe preso la scorciatoia attraverso il parco, come faceva ogni volta che Caleb lo tratteneva fino a tardi.
Passò accanto ai senzatetto incrociando lo sguardo lucido del più anziano e scavalcò la bassa siepe che delimitava l’area dedicata ai bambini; camminò sotto la scaletta dello scivolo e fece compiere un mezzo giro alla giostra rossa, che ruotò sull’ingranaggio senza produrre neanche un cigolio, poi aumentò l’andatura avvicinandosi al laghetto artificiale. L’avrebbe costeggiato tenendosi sulla destra, poi si sarebbe infilato sotto la pineta e sarebbe uscito dall’altra parte, dove avrebbe dovuto attraversare un paio di strade prima di aprire finalmente la porta di casa sua. Era un tragitto breve e agevole, l’unico intoppo era la sua pericolosità: il lago era territorio dei bulli di Windsor, coloro che si credevano i padroni e i comandanti del quartiere solo perché figli di mezzi boss tracotanti. In realtà i loro genitori non erano nessuno, neppure lontanamente paragonabili ai mafiosi veri che si vedevano in televisione e che quelli dell’Antimafia di Londra sbattevano dentro regolarmente. Erano solo gentaglia appena più ricca della media che aveva fatto soldi con le scommesse clandestine, le lotte dei cani e qualche piccolo traffico di droga. Andavano in giro a testa alta, con tre o quattro scagnozzi, e si facevano chiamare Boss, spaventando le vecchiette della zona e i bambini più piccoli, ma non sapevano cosa fosse l’onore: erano considerati pericolosi solo perché erano sempre armati e facili all’ira, ma non perché seguissero un codice mafioso.
Paul non ne aveva paura, si limitava a starne alla larga per non attirarsi addosso altri guai; la sua vita era già abbastanza complicata e faticosa senza di loro, quindi li evitava come una malattia. Per quel motivo, solitamente, non percorreva neppure la strada più breve per tornare a casa sua dal cantiere: era più semplice fare qualche passo in più che camminare acquattato per non imbattersi negli spocchiosi figli dei Boss. Però, come quella sera, a volte la fame era tanta che decideva di correre il rischio.
La sua camminata rallentò quando giunse nei pressi del laghetto, dove probabilmente quei nullafacenti erano radunati come sempre a bere, fumare e raccontarsi stronzate. Si fece attento e abbassò il baricentro per restare nascosto dietro la siepe rigogliosa, ma presto capì che i ragazzetti avevano già trovato il modo per passare la serata: schiamazzavano, ridevano e sembravano sfottere qualcuno, forse un povero cane. Per niente incuriosito, Paul passò a una distanza di sicurezza, notando anche lo sciabordio dell’acqua e una specie di miagolio; intuì avessero catturato un gatto e si augurò che li graffiasse trasmettendo loro la rabbia, prima di fuggire. Si fermò quando la siepe s’interruppe e sbirciò oltre, per assicurarsi che nessuno lo vedesse, ma corrugò la fronte quando scoprì di essersi sbagliato: non stavano torturando un gatto, ma un bambino. Jean, il capetto di quell’insulsa banda, lo teneva per i capelli e lo spingeva con il viso sott’acqua per lunghi attimi, in cui il piccolo si agitava cercando di liberarsi; quando lo faceva riemergere, fra le risa dei compagni, gli lasciava giusto il tempo per trarre due boccate d’aria e ascoltare le sue fanfaronate sull’aver osato entrare in territorio altrui, poi lo rispingeva sotto.
Tutti gli voltavano le spalle e Paul ne approfittò per attraversare l’apertura nella siepe e nascondersi di nuovo; non si fermò e ignorò lo schiamazzo proveniente dalla riva, decidendo che non erano fatti suoi e che comunque quegli imbecilli avrebbero lasciato andare il bambino, ma si arrestò quando sentì la sua vocetta, ansimante e affaticata, levarsi su quelle dei deficienti. Li stava insultando. Sospirò rimanendo in ginocchio dietro la siepe, ascoltando la prevedibile reazione: il gruppo urlò improperi, qualcuno chiese di potergli spegnere una sigaretta addosso come punizione, Jean ottenne l’attenzione di tutti quando gridò al bambino di scusarsi immediatamente. La risposta fu un insulto peggiore del primo che però morì sott’acqua. Di nuovo lagnanze dei grandi capi della zona, poi Jean disse che lo avrebbe lasciato affogare e che nessuno si sarebbe lamentato, visto che non era un abitante del quartiere.
Paul sospirò e si coprì il viso con una mano, pensando in fretta: la cosa migliore da fare era andarsene e lasciare il piccoletto al suo destino, evitando così anche ogni guaio con quegli imbecilli, ma sapeva di non poterlo fare. Sarebbe stato tacito testimone di un omicidio e si sarebbe sentito loro complice… Non che avesse una grande coscienza con cui fare i conti, ma lasciar morire un bambino era troppo anche per uno come lui.
Sbuffò aria pesante e si alzò in piedi, avvicinandosi e notando che il ragazzino cominciava a opporre sempre meno resistenza. I sei buontemponi non lo notarono fino a quando non si fermò a pochi passi da loro, accendendosi una sigaretta. Il più vicino si voltò sgranando gli occhi e impallidì, chiaramente spaventato per essere stato colto nel mezzo di un delitto, poi cominciò a gridare attirando l’attenzione degli amici; Jean strattonò i capelli del bambino facendolo uscire dall’acqua, permettendogli in quel modo di ansimare pesantemente, in ricerca violenta d’aria.
"Che cazzo vuoi?!" strillò il secondo del gruppo, gli sembrava si chiamasse Malcolm.
"Lasciatelo andare" disse solo, fissandoli uno a uno senza timore: era grosso il doppio di almeno la metà di loro e aveva più sangue freddo di tutti quei bulli messi insieme; era sicuro di cavarsela, se non erano armati.
"Vai via, ficcanaso!" gracchiò Jean senza allentare la presa sul moretto, che rimaneva immobile cercando d’incamerare ossigeno. "Questa è zona nostra, levati dalle palle."
"Me ne vado insieme a lui" replicò serafico, aspirando una lunga boccata di fumo e fissando il più spaventato dei sei. "Forse non ve ne rendete conto, ma se lo ammazzate diventate assassini e finirete in prigione anche se siete minorenni."
"Ma chi cazzo sei?!" urlò Jean spingendo il bambino a terra e alzandosi di scatto per andargli vicino. "Lo sai con chi stai parlando, finocchio? Questo territorio è nostro, qui comandiamo noi e tu ti sei messo nei casini venendo qua, coglione!"
"Me ne vado subito" rispose soffiandogli il fumo in faccia, "ma porto con me il bambino."
"Bambino?!" gracidò il ragazzino, che si era faticosamente alzato e Paul lo guardò piegando le sopracciglia, incredulo: riusciva a reggersi in piedi ed era libero, perché diavolo non scappava? Che si fosse sbagliato e fosse uno di loro, particolarmente portato per il sadomaso?
"Jean!" sibilò uno dei bulletti, fissando il buio alle spalle di Paul. "C’è qualcuno!"
"Cazzo, i sorveglianti!" ringhiò il capetto, scorgendo la luce di due torce farsi più vicina; spostò lo sguardo minaccioso sul biondo, puntandogli un dito contro il petto. "Non te la cavi, finocchio: scopriremo dove abiti e te la faremo pagare!" soffiò intimidatorio, prima di guardare i suoi compagni e alzare un braccio. "Andiamo!" comandò correndo nella direzione opposta alle torce, seguito immediatamente dagli altri. Paul rimase fermo scambiandosi una breve occhiata con uno dei teppisti, poi, quando furono spariti alla vista, si affrettò ad andarsene a sua volta, preferendo non dover dare spiegazioni inutili ai sorveglianti.
Mosse un paio di passi e si fermò, guardando alla sua destra con una smorfia sul viso, scontrandosi con due enormi occhi verdi e brillanti contornati da capelli neri e bagnati che, liquidi come inchiostro, incorniciavano il visino magro e pallido del bambino che per poco non aveva visto la fine dei suoi giorni. Distrattamente pensò che dovesse avere qualche anno in più di quello che aveva creduto all’inizio, ma decise che non gliene importava poi molto e s’incamminò di nuovo, fingendo di non sentire i suoi passi dietro la schiena.
Si allontanò dal laghetto artificiale ed entrò nella pineta, attento a non fare rumore, ma si bloccò con uno scatto, irritato dal moccioso che non lo voleva abbandonare; l’altro gli finì con il naso contro la schiena, spazientendolo di più, e si scusò con la sua voce sottile, ora sicura. Paul si voltò con aria truce, pronto a intimargli di lasciarlo in pace, ma si ritrovò a fissare un sorriso solare e per un attimo pensò solamente che quel ragazzino doveva essere ritardato; raccogliendo tutta la propria indulgenza, poca in realtà, buttò a terra la sigaretta pestandola con la punta della scarpa, cercando un tono quanto più gentile possibile.
"Torna a casa" ordinò e il ragazzino si abbracciò il corpo completamente bagnato, rabbrividendo.
"Non posso, non ne ho una" spiegò tranquillamente e il biondo si strinse nelle spalle.
"Allora torna da dove sei venuto: vivrai da qualche parte, no?"
"Sono arrivato in questo posto stasera, non so neanche che città sia questa!" ribatté allargando il sorriso amichevole e Paul intuì come fosse finito nelle mani della banda: era andato al parco per passare la notte.
"Se sei un vagabondo, dall’altro lato del parco ci sono i tuoi amici" indicò con un cenno del capo, voltandogli le spalle per tornare a casa e mettere finalmente qualcosa sotto i denti, ma il moretto gli saltò di fianco, alzando il viso per guardarlo diritto negli occhi: c’erano almeno quindici centimetri di differenza fra di loro.
"Non sono un vagabondo, sono Troy Durante!" esclamò allungando una mano verso di lui, ma Paul la ignorò e aumentò il passo, scorgendo la strada che costeggiava il parco: due incroci e sarebbe arrivato. "Senti, posso passare la notte a casa tua?"
Paul si bloccò, corrugando le sopracciglia e fissandolo: dimostrava tredici, quattordici anni, perché era in giro da solo e perché era così amichevole con un perfetto sconosciuto? I suoi genitori dovevano essere degli irresponsabili! Era sottile e avrebbe potuto scommettere che, una volta asciutto e senza quell’aria da gattino bagnato, fosse anche davvero molto bello: una manna per i vecchi maniaci come suo zio Caleb.
"Torna dai tuoi genitori" sbottò burbero e il piccolo si strinse nelle spalle senza scoraggiarsi.
"I miei genitori vivono a Liverpool."
"Allora vai da qualche parente! Non sarai venuto fin qui senza avere un riferimento, no?!" eruppe perdendo la pazienza, ma l’altro scosse il capo schizzandogli addosso una pioggia di goccioline gelate.
"Sto andando a Londra" disse solo, come se quell’informazione spiegasse tutto e Paul notò finalmente lo zaino che gli pendeva dalle spalle ossute, le scarpe consumate e le occhiaie che gli scurivano la pelle sotto gli occhi: era partito da Liverpool in quel modo? Con uno zaino e nient’altro? Altro che irresponsabili, i suoi genitori erano pazzi! "E non sono un bambino, ho sedici anni!" aggiunse gonfiando il petto magro. "E devo sdebitarmi con te, perché mi hai salvato la vita!"
"Non potevo lasciarti là a morire" sbuffò incrociando le braccia sul petto "Non mi devi niente, chiaro? Se non ti spiace ho fretta, quindi trovati un posto dove passare la notte."
"Ospitami a casa tua!" insistette, per niente petulante e sempre amichevole. "Prometto che non ti darò fastidio e spiegherò io la situazione ai tuoi genitori! Domani mattina me ne andrò prima che tu ti sia alzato!"
Paul scosse il capo, esasperato, e decise di dare una lezione al ragazzino: non si rendeva davvero conto delle circostanze in cui avrebbe potuto cacciarsi con un atteggiamento simile? Si chinò con uno scatto e gli prese il mento con due dita, stringendo appena e costringendolo a tirarsi sulle punte dei piedi con aria sorpresa: sì, era davvero bello.
"Io vivo da solo, ragazzino" sussurrò "e forse hai ragione, posso portarti con me e usarti per divertirmi, stanotte. È da un po’ che non mi capita fra le mani un animaletto ingenuo come te."
Avvicinò il viso tanto da annusare l’odore bagnato della sua pelle e gli sfiorò la gola con il mignolo, ma s’irrigidì quando il moretto ricominciò a sorridere con aria serafica, guardandolo con i suoi enormi occhi da cucciolo affogato.
"Stai mentendo" disse pacifico, "tu non hai nessun interesse sessuale nei miei confronti. Li riconosco i pedofili, ne ho incontrati tanti da Liverpool fino a qui. Non pensare che io sia uno sprovveduto, so cavarmela perfettamente e so tenere a bada i maniaci." Paul lo lasciò andare, stupito, riuscendo soltanto ad ascoltarlo. "Se non avessi incontrato quei ragazzi sarei rimasto a dormire nel parco, ma adesso sono completamente bagnato e mi prenderei una polmonite, sto già morendo di freddo! Non ho soldi per andare in un ostello e i bagni pubblici a quest’ora sono chiusi, per questo ti chiedo di ospitarmi: se proprio non mi sopporterai, me ne andrò dopo essermi asciugato e troverò il modo di ripagare la tua gentilezza. Ma, se mi permetterai di mettermi in un angolino, domattina ti preparerò una deliziosa colazione" si offrì rabbrividendo da capo a piedi, i vestiti fradici sempre più appiccicati al corpo, e Paul lo osservò con attenzione per un secondo, decidendo di arrendersi: sembrava sincero e, se anche fosse stato un ladruncolo, avrebbe saputo come occuparsi di lui.
Sbuffò e tolse una sigaretta dal pacchetto sgualcito infilato nel taschino della camicia a quadretti blu, se l’accese e s’incamminò verso casa, parlandogli con aria rassegnata.
"Io sono abituato a vivere per conto mio, quindi vedi di non infastidirmi" lo avvertì, sentendo un suo balzello contento: se lo ritrovò di fianco e ignorò i suoi occhi brillanti. "E non parlare di colazione, visto che non ho ancora cenato."
"Allora lascia che ti prepari io la cena!" cinguettò riuscendo a tenere il ritmo delle sue lunghe falcate saltellandogli accanto. "Ho fatto l’aiuto cuoco per un mese, quando sono stato a Worcester. Lo chef diceva che ero portato per la cucina."
"Parli sempre tanto, ragazzino?" borbottò tenendo la sigaretta appesa all’angolo delle labbra e il moretto si grattò la nuca, cominciando a tremare visibilmente.
"Scusa, me lo dicono sempre che non so stare zitto. Prometto che mi tratterrò! Però non mi chiamo ragazzino, sono Troy Durante" ripeté e Paul lo sbirciò di sottecchi, infilando le mani nelle tasche dei jeans logori.
"Sai camminare più veloce, Troy Durante? Stai tremando dalla testa ai piedi e se ti prendi una polmonite rischi di passarla anche a me" mormorò volutamente canzonatorio e il piccolo annuì cercando di allungare i suoi passi spediti.
"Non voglio ammalarmi, poi dovrei interrompere il mio viaggio. Tu come ti chiami?" chiese abbracciandosi per riscaldarsi un po’ e Paul si tolse la cicca dalle labbra, tenendola fra medio e indice, poi s’infilò il pollice nella tasca anteriore dei pantaloni.
"Paul Sheridan."