2.

     Quella sera suo zio Caleb aveva avuto la bontà di rispedirlo a casa poco prima delle nove, dopo averlo chiamato nel suo ufficio, se così si poteva chiamare il gabbiotto traballante costruito in una mattinata con lamiere ondulate, per fargli un’offerta: poteva diminuire più velocemente il suo debito semplicemente abbassandosi i pantaloni e piegandosi sul tavolo. Non gli aveva neanche risposto, si era limitato a sputargli sulla punta rinforzata di una scarpa e gli aveva voltato le spalle, tornandosene a casa. Cominciava a stancarsi di quel vecchio porco, ma non riusciva a trovare il modo di liberarsene.
Passando accanto al parco, per un secondo accarezzò l’idea di prendere la solita scorciatoia, ma decise immediatamente di percorrere la strada lunga: non aveva nessuna voglia d’imbattersi nei teppisti della sera prima. Era sicuro che non si sarebbero dimenticati la sua faccia per un po’, almeno fino a quando non avessero trovato altre distrazioni, quindi si sarebbe attirato solo guai, sfidandoli in quel modo. Non ne aveva paura, ma sapeva che il presunto potere dei loro genitori li rendeva così tronfi da credere di poter commettere qualsiasi crimine senza pagarne le conseguenze e preferiva non essere la vittima dei loro attacchi di pazzia.
Aggirò quindi il parco, passando accanto ai tre barboni, trovandosi con una domanda per la testa: che fine aveva fatto Troy Durante? Era andato a dormire su una panchina o nell’elefante azzurro che i bambini usavano come covo? Oppure era salito su un autobus per Londra? Gli aveva detto di non avere soldi quindi, forse, aveva fatto l’autostop, da irresponsabile qual era.
La sera precedente aveva preteso di cucinargli qualcosa in fretta, prima di asciugarsi, e Paul si era trovato con un primo, un secondo e persino un dolce sbucato da chissà dove: aveva gustato il pasto più buono degli ultimi quattro anni. Colto da un imprevisto senso di gratitudine per la cena squisita, aveva costretto Troy a farsi un lungo bagno caldo e ristoratore e gli aveva persino prestato una sua tuta felpata, da indossare per la notte. Il piccolo gli si era presentato di fronte con aria felice e ripulita e lui non aveva potuto evitare di guardarlo da capo a piedi, incapace di ricacciare un sorriso divertito: la tuta era di almeno tre taglie più grande della sua e gli cadeva informe lungo tutto il corpo. Aveva arrotolato l’orlo dei pantaloni per poter camminare, facendo lo stesso con l’elastico in vita, visto che il cavallo gli arrivava a metà coscia e le maniche gli ricadevano sulle dita nonostante fossero rimboccate quattro o cinque volte: uno gnomo con indosso i vestiti di un giocatore di basket avrebbe fatto la stessa figura. Troy non si era assolutamente offeso per il suo sguardo canzonatorio e lo aveva ringraziato infinite volte quando gli aveva offerto di dormire sul divano, chiedendogli a che ora si sarebbe svegliato la mattina successiva.
Paul si alzava sempre alle sei in punto per essere sul lavoro alle sette, ma quel giorno aveva rischiato di fare tardi. Quando la sveglia aveva suonato, perforandogli i timpani come ogni volta, era rimasto fermo per qualche istante, cercando di snebbiare la mente, ma si era accorto del rumore di stoviglie proveniente dalla cucina e del profumo che invadeva la casa. Caffè e biscotti caldi. Aveva chiuso gli occhi, rabbrividendo: gli era sembrato di essere tornato indietro di cinque anni, quando sua madre stava ancora bene e ogni mattina lo svegliava con la colazione pronta e la sua voce melodica che canticchiava la canzone che passava alla radio. Si era crogiolato nell’illusione di aver fatto un balzo a ritroso nel tempo e per poco non si era addormentato di nuovo, cullato dalla strana lusinga di non essere solo, ma si era svegliato di scatto quando Troy aveva bussato alla sua porta, dicendogli che avrebbe tardato al lavoro.
Aveva mangiato in fretta e furia, evitando di proposito lo sguardo contento del ragazzino, poi era uscito di casa trascinandolo con sé e quasi non lo aveva salutato, già proiettato con la mente verso i dieci minuti di corsa forsennata che lo aspettavano.
Ora un po’ gli dispiaceva di essersi comportato in quel modo: Troy aveva sorriso per tutto il tempo, gli aveva offerto calore e amicizia, per una mattina gli aveva concesso il miraggio di non essere solo e lui era stato solamente capace di sbatterlo fuori di casa senza ringraziarlo. Non gli aveva neppure dato i soldi per l’autobus… Non glieli doveva, chiaro, ma avrebbe potuto aiutarlo un po’…
Comunque, ormai era tardi per ripensarci e decise di scacciare i pensieri molesti dalla testa: Durante era stato una parentesi insignificante nella sua vita impegnata e probabilmente non avrebbe mai saputo cosa n’era stato di lui.
Raggiunse finalmente casa sua e tolse le chiavi dalla tasca anteriore dei jeans sporchi, spingendo il cancelletto verde la cui serratura era rotta; entrò nel corto vialetto alzando la testa e subito s’immobilizzò, sorpreso, quando vide un fagotto appoggiato contro la porta, così appallottolato da sembrare un sacco per i rifiuti. Si fermò e lo toccò con la punta della scarpa, ottenendo un mugolio assonnato, così vi si accucciò di fronte e lo scosse leggermente; l’involto si rivelò essere una persona che alzò il capo lentamente, piantandogli in faccia due grandi occhi verdi appena confusi. Paul inarcò un sopracciglio, piegando le labbra in una smorfia, e ignorò lo strano balzello compiuto dal proprio cuore.
"Cosa fai ancora qui, Durante?" chiese brusco e il moretto si strofinò un occhio con il palmo della mano, dimostrando tredici anni; per un istante non rispose, cercando chiaramente di svegliarsi, poi gli sorrise grattandosi la nuca.
"Ah, mi chiedevo… Oggi non sono riuscito a trovare nessuno che avesse bisogno di me: nessuno con l’erba da falciare e nessuna vecchietta con lavoretti di manutenzione e non sono riuscito a racimolare i soldi per l’autobus… così mi chiedevo se posso…" s’interruppe quando il suo stomaco si ribellò violentemente, reclamando cibo; si premette una mano contro il diaframma, ridacchiando, e Paul corrugò la fronte.
"Come hai mangiato, senza soldi?" gli domandò, già sapendo cos’avrebbe fatto, e Troy si strinse nelle spalle.
"Non ho mangiato, ma sono abituato a saltare i pasti."
"Sei un incosciente" sbottò alzandosi e facendo tintinnare le chiavi di casa. "Entra. Ti ospiterò di nuovo per questa notte, ma che non diventi un’abitudine. Ti sdebiterai cucinando per entramb" ordinò e il ragazzo balzò in piedi con un salto felice, ma traballò pericolosamente e perse l’equilibrio; Paul lo afferrò al volo, impedendogli di finire a terra, accorgendosi delle costole che sentiva attraverso il maglione leggero. Era magro, più di quanto sembrasse.
"Quanti pasti hai saltato?" l'interrogò, tenendolo stretto per la vita mentre apriva l’uscio e Troy alzò il viso verso di lui, il solito sorriso sereno a illuminargli il visino pallido.
"Un paio."
"Sei in fase di crescita, scemo, devi mangiare!" lo rimproverò entrando in casa e accendendo la luce nell’ingresso. "Siediti sul divano e aspetta che la cena sia pronta."
"No, cucino io!" obiettò, ma Paul lo guardò con aria critica, bloccandolo.
"Se svieni davanti ai fornelli rischi d’incendiarmi la casa: siediti e riposati" borbottò, corrugando la fronte quando il moretto sfoggiò un sorriso felicissimo, annuendo con decisione.
"Sai, sei un po’ burbero, ma sei tanto gentile!" pigolò e il biondo sgranò gli occhi, sentendosi stupidamente arrossire; gli voltò le spalle ed entrò in cucina senza replicare, chiedendosi cosa diavolo significasse quella reazione idiota, ma non riuscì a pensarci, perché sentì una sedia spostarsi e si voltò scoprendo che Troy l’aveva seguito e si era seduto al tavolo, poggiando il mento sulle mani.
"Non ti ho detto di metterti sul divano?" sbuffò aprendo il frigorifero con uno scatto e il ragazzino incrociò le braccia sul ripiano di legno rovinato, posandovi il mento.
"Posso restare qui? Non mi capita spesso di poter chiacchierare con qualcuno e vorrei sfruttare l’occasione."
"E di cosa vorresti parlare?" mugugnò riemergendo dallo sportello e posando della carne di fronte a lui.
"Di quello che vuoi" rispose pronto e Paul rimase zitto per un istante, mente impugnava un grosso coltello per affettare il pezzo di lonza e farne delle bistecche, poi si scoprì ad aprire la bocca senza quasi accorgersene.
"Perché stai andando a Londra da solo?"
"Per trovare un lavoro e mantenermi!" esclamò, chiaramente contento di aver instaurato un discorso.
"Vuoi mantenerti da solo a sedici anni? Non dovresti andare ancora a scuola?" obiettò sbirciandolo, ma Troy non si offese e si limitò a rispondergli, senza cambiare posizione.
"Sì, è vero, ma è l’unica cosa che posso fare: se mio padre scoprisse dove sono, mi rivorrebbe a casa e non posso tornare."
Il padrone di casa si bloccò e alzò il viso verso il suo, pacificamente appoggiato sulle braccia incrociate.
"Sei scappato di casa?" chiese, aspro, e il piccolo annuì senza scomporsi.
"Sì, ho dovuto farlo." Si fermò, pensieroso per un istante, poi si sollevò e si mise in ginocchio sulla sedia, sporgendosi in avanti. "Se vuoi posso spiegarti la mia situazione, ma è un discorso un po’ lungo e tu mi sembri un tipo che si annoia facilmente… è che riassumerla è un po’ difficile" spiegò candidamente e Paul fissò lo sguardo nel suo per un istante, rendendosi conto che mai, fino a quel momento, aveva creduto esistessero persone come lui: dirette, sincere, felici di essere in vita. Scostò il viso riprendendo a cucinare, parlando piano.
"Ho tempo" mormorò soltanto e il ragazzino annuì, per niente turbato dal suo comportamento poco socievole.
"D’accordo! Mia madre è morta quando avevo un anno, investita da un camion." Il biondo s’irrigidì, sorpreso di sentirlo parlare con aria così serena e Troy se ne accorse. "Non ricordo niente di lei e non posso dire che mi manchi. E poi mia nonna mi ha cresciuto come se fossi figlio suo e mi ha insegnato quanto sia importante vivere, quindi sono assolutamente felice. In ogni modo, tutto è andato bene fino a un paio di anni fa, quando mio padre ha conosciuto una donna e se n’è innamorato. Ha iniziato a frequentarla assiduamente, a portarla a casa ed è così accecato dal suo amore da non accorgersi che, invece, io e lei non andiamo proprio d’accordo: non ne comprendo il motivo, ma Erika ha cominciato da subito a trattarmi come un incomodo, come se quello di troppo nella casa di mio padre fossi io e non lei… Be', insomma, io sono suo figlio e quella casa è dei miei: è lei quella intrusa, no?" non aspettò la sua risposta e Paul non disse nulla, nascondendo un sorriso: allora esisteva qualcosa in grado di turbare anche quel piccolo topolino trillante. "Be', comunque mio padre ha deciso di sposarla e io non me la sono sentita di distruggere il suo idillio, in fondo si merita di essere felice: non ha mai trovato una donna da quando è morta la mamma e forse l’ha fatto proprio per non impensierire me. Ma ora io sono adulto e posso accettare una sua relazione, ma non posso farci niente se Erika mi odia… E poi confesso che non sta molto simpatica neppure a me. Si sono sposati l’anno scorso e lei si è trasferita a casa nostra: dopo una settimana già sapevo di non poter più restare lì. Hai presente la fiaba di Cenerentola, con la matrigna cattiva? Ecco, a casa mia mancavano solo le sorellastre!" rise allegro e il biondo si chiese come potesse essere tanto sereno riguardo a quello che gli stava raccontando: era stato praticamente costretto ad andarsene di casa per colpa di una mezza sconosciuta, come poteva non serbare alcun rancore? "Così un giorno ho raccolto l’indispensabile, ho lasciato una lettera a mio padre assicurandogli che sarei stato bene e sono partito per raggiungere Londra. Lì sono certo che troverò il modo di mantenermi!"
"Come fai a essere sicuro che tuo padre non abbia denunciato la tua scomparsa alla polizia?" domandò rendendosi conto che, se continuava a fissarlo senza fare niente, avrebbero cenato a mezzanotte; preparò la bistecchiera e accese il fornello, insultandosi in silenzio.
"Non ne sono sicuro, quindi evito la polizia!" replicò ridacchiando. "Ma credo che Erika sia riuscita a convincerlo che deve lasciarmi fare la vita che voglio: lei è davvero brava a raggirare le persone e a mascherare i suoi pensieri cattivi con finta comprensione."
"Da quanto sei in viaggio?" chiese ancora, incapace di comprendere perché s’interessasse tanto alla vita di uno sconosciuto.
"Un anno. Sono partito da Liverpool con venti sterline in tasca e le ho usate per arrivare a Shrewsbury, dove sono riuscito a farmi assumere come garzone in una panetteria. Quando ho avuto i soldi necessari sono andato a Worcester e ci sono rimasto per cinque mesi, facendo l’aiuto cuoco in un ristorante a conduzione familiare. Ho imparato tante cose utili…" s’interruppe e guardò i fornelli. "Il fuoco è troppo alto, brucerai la carne" disse tranquillo, continuando a parlare mentre lui si affrettava a girare la manopola. "Ho fatto un po’ di soldi e sono andato a Oxford, ma non ho avuto fortuna e ho speso presto quello che avevo per mantenere me e il cagnolino disperso che avevo trovato… E poi mi sono trovato proprio al verde e allora mi sono messo a mendicare davanti alla stazione. Quel traditore di Shaggy mi ha lasciato per un padrone più ricco" bofonchiò con un finto broncio, "io invece ho fatto davvero la fame per un paio di settimane, però poi un frate mi ha ospitato nel convento dove viveva e ho lavorato in cambio di vitto e alloggio. Ho imparato un mucchio di preghiere, sai? Però non riuscivo a fare i soldi per andare a Londra, così ho dovuto trovarmi un lavoro notturno come cameriere in uno strano posto."
"Strano?" sibilò senza accorgersene, intuendo immediatamente che posto fosse: chi avrebbe mai assunto come cameriere un ragazzino di sedici anni che ne dimostrava tredici al massimo?
"Sì. All’inizio credevo si trattasse di un nightclub, però poi mi sono accorto che i clienti erano tutti uomini e che i camerieri erano tutti ragazzi giovani. Pensa che io ero uno dei più vecchi! E poi dovevo indossare un assurdo completo strettissimo col quale faticavo persino a muovermi."
"Troy, ti rendi conto dove sei andato a lavorare?!" sbottò Paul, accalorandosi senza motivo e il moretto annuì con un largo sorriso.
"Certo, al supermercato dei pedofili! L’ho capito la terza sera, quando il padrone mi ha detto che uno dei clienti mi voleva come compagnia."
"E tu hai accettato?" chiese incredulo e il ragazzino appoggiò il mento sul pugno chiuso, assumendo un’aria strana, inconsapevolmente provocante.
"Certo che no! Posso mendicare, saltare i pasti e dormire nei bagni della metropolitana, ma non mi metto a vendere il mio corpo! Ho preso a calci il padrone del locale e me ne sono andato. Non stanno cuocendo troppo quelle bistecche?" valutò, sbattendo le lunghe ciglia e Paul imprecò sottovoce, voltandosi verso il fornello, incapace di liberare la mente: quel ragazzino dall’apparenza tanto gracile aveva fatto più di quanto avesse fatto lui in venticinque anni. Aveva viaggiato da solo e senza un soldo, si era mantenuto egregiamente e aveva preservato un carattere allegro e solare, così pieno di vita da aver superaro persino le barriere di un orso scorbutico come lui. Sembrava addirittura uscito da un cartone animato.
"Hai della verdura? La lavo e la condisco" si offrì andandogli di fianco e Paul abbassò il viso verso di lui, intuendo quanto fosse determinato: se n’era già reso conto, ma non poteva fare altro che ripeterselo. Troy era molto bello ed era sicuro che di lì a qualche anno avrebbe acquisito un’avvenenza notevole. Viaggiava da solo e aveva un aspetto indifeso: era certo che avesse incontrato più di un porco durante il suo viaggio, ma ugualmente n’era uscito indenne e con il carattere intatto. Quel ragazzino era la persona più forte che avesse mai conosciuto in vita sua.
"Non hai la verdura?" gli chiese di nuovo, senza comprendere perché non avesse ricevuto una risposta e Paul si costrinse ad annuire distogliendo lo sguardo.
"Nel frigorifero ci dovrebbe essere qualcosa" mormorò, prendendo due piatti dalla credenza e Troy aprì lo sportello, parlandogli ancora.
"Per caso hai anche degli aromi per la carne? Visto che ti ho distratto, ti sei dimenticato di salarla" disse serafico e il biondo allargò le palpebre, sorpreso, imbarazzandosi un poco: era assurdo, ma si sentiva imbranato di fronte a quel marmocchio sicuro. "Ci sono delle carote, vanno bene?" continuò imperterrito, uscendo con la testa dal frigorifero, andando al lavandino. "Sono tante, non le uso tutte: se vuoi domani mattina ti preparo del succo di carote, è buono, sai? Ed è più sano di tante schifezze contraffatte che vendono."
"Ehi" lo apostrofò con un sospiro, ottenendo un suo sguardo luminoso e incuriosito. "C’è un modo per farti stare zitto per almeno cinque minuti?" biascicò burbero e il ragazzo inarcò le sopracciglia, prima di ridere piano.
"Sì, basta prendermi a calci. Ma cercherò di non parlare più, d’accordo?" esclamò continuando a lavare la verdura e Paul osservò il suo profilo sottile, pentendosi subito di quello che gli aveva detto: insomma, anche se ormai era abituato al silenzio, non gli dispiaceva avere vicino qualcuno che aveva sempre qualcosa da dire, pur riguardante cose che non gli interessavano affatto. L’aveva fermato perché per un istante l’aveva invidiato, ma già si sentiva sciocco: cosa c’era da invidiare in un adolescente scappato di casa che si manteneva con lavori saltuari o mendicando?
"Non devi stare zitto come una tomba… Puoi parlare di tanto in tanto" borbottò sentendosi sempre più scemo, ma ripagato da un sorriso splendente e da un’aria assolutamente felice.
"D’accordo, ma cercherò di non esagerare, va bene?"
"Va bene" concesse e, con quell’autorizzazione, iniziò la sua vita con Troy Durante.