3.

     Dopo ventidue giorni, Troy era ancora a casa sua e Paul lo accettava senza chiedersi perché lo facesse: anche se conosceva gli ultimi avvenimenti della sua vita, anche se, scherzando, il ragazzino gli aveva mostrato la carta d’identità per assicurargli che non aveva mentito sulle proprie generalità, rimanevano comunque mezzi estranei. La maggior parte del tempo lui restava zitto e ascoltava gli infiniti monologhi di quel piccolo vulcano attivo, commentando di tanto in tanto le pazzie più impensabili che aveva compiuto, ma si vedevano relativamente poco e solo durante la cena e la colazione.
All’inizio non sapeva neppure cosa facesse di giorno, poi, uno di quei rarissimi pomeriggi in cui Caleb gli aveva concesso di tornare a casa a un orario decente, lo trovò nel giardino di fronte all’abitazione, intento a lavorare chiacchierando con Camille, la ventunenne figlia dei vicini che aveva una sbandata per Paul. Rimase in disparte guardandolo con aria incredula, domandandosi come fosse possibile che non si ammalasse: Camille era a una distanza di sicurezza e rideva, divertita, mentre Troy era completamente ricoperto d’acqua e schiuma e cercava in ogni modo di risciacquare il pestifero cucciolo di Labrador appartenente alla ragazza. Non era però scocciato e, anzi, parlava gentilmente con il cane cercando di tenerlo buono, inutilmente.
Paul si avvicinò con la fronte corrugata, ignorando l’occhiata adorante della ragazza e apostrofando il moretto a modo suo, come sempre.
"Cosa stai combinando?" chiese con tono brusco e Troy lo guardò con aria sorpresa, prima di cingere il collo dell’animale con le braccia.
"Lavo i cani dei vicini! Ti dispiace?"
"E perché lo fai?" domandò entrando nel vialetto ma tenendosi a distanza e il piccolo prese la canna dell’acqua, risciacquando sia se stesso che il Labrador.
"Per guadagnare soldi. Devo farne abbastanza per andare a Londra, ricordi? E poi mi servono anche per ripagare la tua ospitalità." Mise un broncio mentre il cucciolo si allontanava di un paio di passi. "Però non ti ho chiesto se potevo usare il tuo giardino… Mi dispiace!" esalò, come se si fosse reso conto in quel momento della sua mancanza. "Non ti arrabbiare, non ci avevo proprio pensato! Se ti scoccia smetto subito!" ansimò alzandosi in piedi, ma il cane scelse quel momento per scrollarsi l’acqua di dosso e Paul si tirò indietro con un balzo, mentre Troy si ritrovò bagnato dalla testa ai piedi: se prima era riuscito a mantenere asciutta una qualsiasi parte del suo corpo, ora non lo era più di sicuro. Camille scoppiò a ridere e si affrettò a prendere Pluffy, povero cucciolo dal nome assurdo, dicendo che avrebbe pensato lei ad asciugarlo, poi salutò e tornò nella sua villetta sull’altro lato della strada, lasciando soli i due ragazzi; Paul corrugò la fronte, guardandola sparire all’interno di casa sua.
"Non ti ha pagato" disse pensieroso, ma Troy scosse il capo sollevando la bacinella d’acqua insaponata che aveva usato.
"Mi faccio pagare prima perché di solito quando finisco sono così bagnato che rovinerei i soldi" rise entrando nella lavanderia e svuotando la catinella nella vaschetta lavatoio; la ripose dopo averla risciacquata e tornò all’esterno, dove il biondo l’aveva aspettato. "Davvero, mi dispiace non averti avvertito. Se ti dà fastidio che io usi il tuo giardino, troverò qualcos’altro da fare" assicurò, strizzando la maglietta fradicia e Paul corrucciò le labbra, guardandolo.
"Non mi scoccia, non preoccuparti" sospirò osservandolo rimettere a posto la canna dell’acqua, "ma non fa ancora così caldo, non hai paura d’ammalarti?"
"No, non mi ammalo mai!" ridacchiò sfilandosi la maglia e restando a torso nudo. "Mia nonna diceva che sono fatto di latta!" spiegò togliendosi con difficoltà i pantaloni e l’altro sgranò gli occhi, guardandosi velocemente intorno.
"Cosa fai?!" sbottò avvicinandosi e Troy lo fissò senza capire, indosso solo un paio di pantaloncini cortissimi: soltanto in quel momento Paul si accorse che era a piedi scalzi.
"Non posso entrare in casa con questi vestiti, sporcherei tutto" spiegò inclinando la testa su una spalla, poi seguì la direzione del suo sguardo e sorrise. "Ah, temi che i vicini si scandalizzino? Ma sono giovane e sono un maschio, no? Non si sconvolge nessuno a vedere un maschio con i pantaloni corti e a petto nudo! Però, se hai paura che pensino che ospiti un depravato, posso fare diversamente…"
"No, no Troy va bene così, ma adesso entra o l’omino di latta si prenderà l’influenza!" lo interruppe posandogli una mano sulla schiena gelata e spingendolo verso l’entrata. Gli tolse i vestiti dalle mani e li buttò nel cesto dei panni sporchi, poi aprì il rubinetto della doccia e lo scrutò con attenzione, fermo sulla soglia del bagno, facendo una cosa assolutamente impensabile. Allungò una mano e gliela posò sul costato, percorrendolo con un tocco leggero, sentendolo rabbrividire con violenza. Portò lo sguardo nel suo scoprendo che era soltanto curioso e si chiese quanto fosse sprovveduto: con quanti si era spogliato in quel modo? Con quanti si era fidato così? Era praticamente nudo, era meno della metà di lui e, se avesse voluto, l’avrebbe violentato senza faticare neppure troppo. Quel moccioso era un incosciente.
"Cosa c’è?" gli chiese Troy senza scostarsi dal suo tocco e Paul scosse il capo, sospirando.
"C’è che sei pazzo" borbottò oltrepassandolo e voltandosi a guardarlo, "e c’è che mi sembri più in carne di quando ti ho incontrato."
"Vero? Me ne sono accorto anche io!" miagolò battendosi allegramente le mani sulla pancia piatta. "Grazie a te sto diventando grande e forte" rise dolcemente e il biondo stirò una specie di sorriso, intenerendosi appena: incosciente o no, quel ragazzino era meraviglioso.
Troy si chiuse finalmente in bagno per lavarsi e Paul andò in cucina per preparargli un tè che lo riscaldasse, perdendosi immediatamente nei propri pensieri: aveva scoperto che il topolino si era inventato un lavoro che lo faceva guadagnare, questo significava che presto sarebbe partito per Londra. Quella consapevolezza gli mandava una sensazione strana nello stomaco, che temeva di riconoscere: non voleva che accadesse. Non voleva che quel piccolo vulcano ciarlante se ne andasse perché sarebbe rimasto di nuovo solo: anche se il suo atteggiamento nei confronti del moretto non era praticamente cambiato, anche se aveva continuato a mostrarsi distaccato e insofferente, in realtà si era abituato alla sua presenza. Si era abituato ad averlo intorno, a sentire la sua voce e i suoi passi, ad avere puntati addosso i suoi enormi occhi da cucciolo pieno di vita. Quando tornava a casa, dopo il lavoro, non lo faceva più con un umore tombale, ma si ritrovava a chiedersi con cosa avrebbe cenato e quali storie Troy gli avrebbe raccontato. La mattina non si alzava più con un gran mal di testa, ma usciva dal letto per scoprire che forma avessero i biscotti del giorno. Si era assuefatto alla compagnia di quello sconosciuto con una velocità spaventosa, ma l’avrebbe persa di lì a poco tempo: da Windsor a Londra c’erano sì e no una novantina di chilometri, un viaggio di sole due ore in autobus. Troy era vicino alla sua meta finale e pensava fremesse dalla voglia di terminare il suo lungo cammino: era comprensibile, dopo un anno in cui si era arrabattato facendo le cose più impensabili per un ragazzino della sua età, ma lui un po’ se ne dispiaceva. Quando avrebbe abbandonato la sua casa, gli avrebbe lasciato solo il silenzio.
Borbottò un insulto sottovoce, risvegliandosi da quei pensieri fastidiosi: viveva da solo da quattro anni, poteva farlo anche per il resto della sua vita!
Aprì l’armadietto dove teneva il tè e ne cercò la confezione dietro scatole e scatolette, senza trovarla; corrugò la fronte, ostinandosi, poi capì di averlo finito. Sbuffò la sua insofferenza e lanciò un’occhiata alla sveglia appesa al muro, decidendo che aveva abbastanza tempo per andare a comprarne una scorta, così si avvicinò alla porta del bagno e vi si fermò dietro.
"Troy?" lo chiamò e il moretto rispose subito.
"Cosa c’è? Ora esco."
"No, fai con calma: vado al negozio all’angolo a comprare il tè" spiegò e la porta si aprì sul viso arrossato e brillante di Troy, avvolto in una grossa salvietta a fiori rossi, i capelli che, come la prima sera che l’aveva visto, gli scendevano come inchiostro lungo le guance.
"Sì, va bene: se vuoi un consiglio, prendilo alla rosa o alla cannella, sono buonissimi!"
"Preferisco il classico" obiettò, togliendogli dalle labbra una ciocca che sembrava non infastidirlo. "Vuoi dei pasticcini?" gli chiese, irrigidendosi immediatamente: ma cosa diavolo stava combinando? Lo trattava come un amante… No, dato che non lo attraeva fisicamente, soprattutto vista la differenza d’età, era più giusto dire che lo trattava come un fratellino.
"Davvero?!" cinguettò l’altro, spalancando i grandi occhi di smeraldo. "Oh, magari! Sai, è da una vita che non ne mangio! Ovviamente li compro io, ho i soldi…"
"Quelli tienili per l’autobus" lo bloccò, ignorando lo spasmo allo stomaco, "e vestiti, io torno fra poco" brontolò, arrabbiato con se stesso per le proprie reazioni, ma si calmò immediatamente quando Troy gli rivolse un sorriso dolcissimo, puramente felice, e capì che valeva la pena essere appena più gentile, se significava trovarsi di fronte a quel visino illuminato.
"Grazie" gli disse con fare cerimonioso, come se gli avesse appena regalato il castello di Windsor e non gli avesse soltanto offerto delle paste.
Uscì di casa camminando velocemente, rendendosi conto che forse aveva fatto un errore di calcolo: era praticamente ora di cena, non aveva senso bere un tè con dei pasticcini, quindi li avrebbe comprati per farlo contento, ma li avrebbero consumati solo dopo aver mangiato.

     Quando lasciò il negozietto, si chiese se non fosse impazzito: aveva comprato il tè classico che piaceva a lui, ma anche quello alla cannella e alla rosa che gli aveva suggerito Troy e, in più, si era fatto dare così tante paste che sarebbero bastate per quattro persone. Possibile che si stesse innamorando a tal punto della compagnia di quel ragazzino? Sì, poteva comprendere la serenità di averlo accanto, capiva anche che il vuoto lasciato da sua madre era in parte colmato dalla sua allegria, ma il suo carattere schivo ne stava uscendo sconfitto: non ricordava esattamente in quale momento e perché, ma un paio di sere prima gli aveva anche raccontato della malattia dell'unica donna che avesse mai amato, Veronica Sheridan, e dell’ultimo, tragico anno passato al suo capezzale. Ne aveva parlato a un semi-sconosciuto che presto lo avrebbe abbandonato. Quel pensiero lo intristì e rallentò leggermente l’andatura, un’ipotesi improvvisa nella testa: Troy voleva andare a Londra perché, come qualsiasi ragazzino, era convinto che là si realizzassero i sogni delle persone e si potesse condurre una vita soddisfacente. Però questo si poteva realizzare anche in un’altra città, per esempio a Windsor: gli avrebbe trovato un lavoro e lo avrebbe ospitato a casa sua e si sarebbero tenuti compagnia a vicenda…
"Ridicolo" soffiò, arrabbiandosi: stava cominciando a delirare! Un lavoro, lì? Dove neppure lui ne aveva trovato uno? Certo e dove? Da suo zio Caleb? Sapeva che il vecchio non gli avrebbe messo le mani addosso perché non era gay, ma era solo un fottuto bastardo che lo voleva umiliare nel peggiore dei modi, però era troppo mingherlino e non avrebbe retto. Allora, cosa gli sarebbe restato? Lavare i cani dei vicini? E poi… cazzo, si conoscevano da meno di un mese, come poteva essersi affezionato a lui? A una macchinetta che sputava parole senza fermarsi? Era davvero così solo da diventare patetico a tal punto?
Stritolò la bustina che conteneva i diversi infusi di tè e si fermò sul marciapiede aspettando che transitasse l’auto sbilenca dell’ex postino, decidendo di dare un taglio a quei pensieri: non avrebbe proposto nulla a Troy, avrebbe rispettato le sue scelte standosene al di fuori, com’era logico fare.
Mise un piede sulla carreggiata e alzò il viso verso casa sua, immobilizzandosi quando scorse alcuni ragazzi uscirne di corsa, inciampando l’uno sull’altro, chi con gli occhi terrorizzati, chi ridendo sguaiatamente, chi tenendosi una mano premuta contro la bocca. Li guardò, non visto, riconoscendoli all’istante: i bulli del lago! Alla fine lo avevano trovato! Aprì la bocca per apostrofarli e dire loro di non farsi più vedere, ma impallidì quando si accorse che Jean, il capo di quella banda di giovinastri, aveva le mani e la maglia sporche di sangue e subito un nome gli rimbombò per la testa.
"Troy" soffiò perdendo il respiro. I sei mocciosi sparirono in un vicolo laterale e Paul cancellò qualsiasi pensiero dalla mente: attraversò la strada senza neppure controllare che fosse libera ed entrò in casa correndo, lanciando distrattamente le buste sul divano.
"Troy!" urlò spalancando la porta del bagno, trovandolo vuoto e perfettamente in ordine: quanto tempo era stato via? Quanto aveva impiegato a fare una misera spesa?
"Troy!" gridò ancora, andando in cucina, accorgendosi dell’acqua del tè che bolliva furiosamente.
"Troy!" lo chiamò con lo stomaco serrato, avvertendo un odore strano, forse metallico, proveniente da chissà dove.
"Troy, cazzo, vieni fuori!" strillò entrando in camera, ma subito si sentì mancare: l’aveva trovato, o almeno credeva.
Davanti a lui c’era uno spettacolo che definire raccapricciante e spaventoso sarebbe stato riduttivo: c’era sangue ovunque. Sul copriletto, sul tappeto, sul pavimento, sulle tende, sulle pareti… sul corpo seduto a terra appoggiato con la schiena a un muro. Mosse un passo indietro sentendo un nodo serrargli la gola e lo stomaco lottare per rivoltarsi, ma si costrinse a restare fermo e si coprì la metà inferiore del viso con una mano, cercando di non inalare il puzzo nauseante e di distogliere lo sguardo incatenato al volto del ragazzino. No, non al suo volto, perché quello non lo poteva vedere, in quanto totalmente ricoperto di sangue che ancora sgorgava da un punto non precisato: i suoi occhi erano calamitati dal corpo immobile, seduto con le gambe divaricate e allungate sul tappeto messo di sbieco, dalle mani che poggiavano inerti sul pavimento lucido e scarlatto, dalle ciocche di capelli appiccicose e non più corvine.
Di nuovo il suo stomaco cercò di restituirgli succhi intestinali, ma lo trattenne muovendo un passo in avanti, sentendo le gambe deboli, incapace di chiedersi cosa significasse quello che vedeva: Troy, il piccolo, solare e allegro topolino che lo aveva stregato… lui… lui era…
Trasse un respiro profondo e per poco non vomitò sul serio, ma serrò le dita intorno alla felpa che indossava, ancora sporca di polvere e terra, e si avvicinò di più, cercando inutilmente di usare la voce per chiamarlo: non gli avrebbe risposto, lo sapeva, ma voleva tentare, perché non poteva accettare che… che quei pazzi… quei bulletti che lui aveva sottovalutato… quei figli di puttana… no, non potevano…
"Troy…" singhiozzò quasi, chinandosi e appoggiando la mano sul copriletto, su quell’angolo non sporcato dal suo sangue. "Troy…" lo chiamò, pregando di sentirsi rispondere, ricordando che lui gli aveva detto di conoscere molte preghiere. Lui non ne conosceva neanche una.
"Per favore…" ansimò sentendo la vista annebbiarsi, ma improvvisamente il suo sguardo fu catturato dal petto magro dell’altro e sgranò gli occhi, diventando immobile come una statua: non si era sbagliato, l’aveva visto, aveva scorto un movimento. La maglietta inzaccherata si alzò di nuovo, debolmente e Paul si gettò in ginocchio in mezzo al sangue del ragazzino che lo aveva fatto innamorare al pari di un fratello.
Troy respirava!